Che bella scatola! (01) A cosa serve?

Serve a portare le lettere. I più ricchi consegnavano ai loro servi la scatola con la lettera dentro, il servo la portava nella casa del destinatario e aspettava la risposta. Ma come scrivevano queste lettere? Con i pennelli, perché i giapponesi non hanno le lettere come noi. Hanno tre tipi di scrittura: due di questi prevedono dei segni che corrispondono a sillabe, il terzo è fatto di ideogrammi, kanji, che sembrano dei disegni. Questo sistema è stato importato dalla Cina tanto tempo fa. Esistono oltre 50.000 ideogrammi e a scuola si devono imparare a memoria!

Un ideogramma è composto da una parte più facile da riconoscere, si chiama radicale (di questi ce ne sono “solo” 214) e poi da altri elementi. Pensate che ogni radicale può avere anche tre pronunce diverse! Il giapponese è proprio difficile!

E poi si scrive dall’alto in basso e da destra a sinistra. E così anche i libri si aprono e si leggono dalla parte opposta alla nostra!

In un paese in cui la scrittura è un’arte, tutti gli oggetti dedicati alla scrittura erano pregiatissimi. Questa per esempio è un suzuribako, (06) una scatola che conteneva tutto il necessario per scrivere: l’inchiostro, pietra per stemprarlo, pennelli, punteruolo.

Quest’altra è una scatola (16) grande per mettere dentro la carta.

Si scriveva su un tavolino (17) basso basso come quello che vedi qui sotto!

Tutti gli oggetti necessari per la scrittura si riponevano nello zushidana, un mobile apposito. Poi ce n’era un altro, lo shodana, per appoggiare i rotoli dipinti e i libri.

E’ questo lo shodana? Eh, no, questo è un kurodana, (18) serve per farsi belli. Qui si metteva tutto quello che serviva per tingersi i denti. Andava molto di moda: per le giapponesi era bello così, con la pelle bianca bianca e i denti neri! In questo kurodana si vede lo stemma della famiglia (19) che lo possedeva: due passerotti in un anello di bambù è lo stemma della famiglia Datē.

Questi tre mobili erano sempre presenti nel corredo di nozze delle figlie ricche dei feudatari. Ma non c’erano solo quelli: anche tanti oggetti d’uso privato riferibili alla casa e alla persona del proprietario: mobiletti, scatola da toilette, specchi, scatole per pettini, giochi come il go o il kai awase, servizi per incenso, scatole per la carta, lettere e scrittura. Il numero sicuro di pezzi per un corredo davvero importante non si conosce con precisione, ma gli oggetti erano propri tanti, anche diverse decine…

E queste cosa sono, delle borsette? Non proprio, sono degli inrō, (20) dei portaerbe medicinali. Non vedi che ci sono degli scomparti? (21) Avevano delle chiusure perfette, ecco perché mantenevano bene le proprietà delle erbe. In verità questi oggetti sono nati in Cina, dove si usavano per tenere il sigillo e l’inchiostro. In Giappone, con il tempo, sono diventati di gran moda, e si portavano anche vuoti, così, per ornamento. Si legavano alla cintura con i loro cordoncini tenuti insieme da una sfera, l’ojime. Questa è di corallo, perché si pensava che il corallo si spaccasse vicino alle erbe velenose. Gli inrō sono anche firmati, perché erano delle piccole opere d’arte.

In questo inrō c’è un cervo, (22) che bello! Il cervo in Giappone è il simbolo dell’autunno e infatti anche qui viene rappresentato con una delle sette erbe autunnali. I cervi di Nara poi erano anche sacri: il dio del santuario di Kashima era stato inviato a Nara in sella a un cervo bianco e da allora tutti i cervi sono considerati messaggeri degli dei. In passato, se qualcuno uccideva un cervo di Nara, poteva essere punito con la morte.

E questa gallina (23) cosa fa?

Anche questa in Giappone è un simbolo positivo: con il suo gallo (29) e i suoi pulcini è simbolo di fedeltà coniugale e armonia familiare. Sono proprio una bella famigliola. E poi il gallo in Giappone è anche simbolo di coraggio e della luce. Invece il gallo sul tamburo è il simbolo della pace, perché nei periodi di pace il tamburo di guerra non suona!